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La vera disruption degli ItaloAmericani: una narrazione del possibile
26 febbraio 2015
The Italian Americans, un documentario di John Maggio in onda sulla PBS
di Mauro Aprile Zanetti
La vera "disruption" degli ItaloAmericani: una narrazione del possibile nella storia degli Stati Uniti d'America. The Italian Americans un documentario di John Maggio in onda sulla PBS contro la solita solfa di stereotipi sugli italiani emigrati in America.
E' noto a tutti quanto la verità ami nascondersi, soprattutto alla luce del sole, dove l'abbacinamento spesso ci confonde proprio perché non dice e non nasconde, - come diceva Eraclito di Efeso - mostra, piuttosto, creando significato.

E' una sensazione mista tra dolore, orgoglio, felicità, nostalgia, rabbia e determinazione quella che si emana dal bellissimo film documentario di John Maggio, The Italian Americans, raccontato da Stanley Tucci. Il 17 e il 24 febbraio la PBS - la televisione nazionale americana - ha mandato in onda questa nuova perla audiovisiva, facendo un regalo non solo a moltissimi oriundi italiani sparsi in Nord America, ma agli americani tout court.
Nessun'altra cultura ha determinato il sogno americano e le fondamenta degli stessi Stati Uniti d'America come quella degli italiani, strappati carnalmente alla propria terra per urgenza da tauromachia e desiderio insieme.

Prova ne è di questa ignoranza di massa, condivisa bilateralmente sul versante transatlantico delle relazioni tra Italia e USA, che oggi anche nel Bel Paese manca vergognosamente proprio quel rispetto dello spirituale per ogni migrante al mondo che arriva in cerca di aiuto, di un'opportunità e di un sogno di salvezza, sbarcando da altri continenti sulle nostre rive a Sud del sole.
Avevo già avuto il piacere di farmi attraversare da autentici brividi con un assaggio del documentario in anteprima un mese fa ad una serata organizzata dalla NIAF (National Italian American Foundation) tenutasi a San Francisco per i media americani e stranieri presso il Consolato Generale Italiano.

L'obiettivo del regista è semplice e ambizioso: ricostruire la storia degli italo-americani al di qua di ogni finzione filmica, vale a dire di invenzione artistica; cioè a dire, come fare scienza di ciò che l'uomo (in questo caso l'italo-americano) ha inalienabilmente realizzato in America lungo oltre un secolo di migrazione; cercando di attenuare lo stereotipo granitico costituitosi come un potentissimo virus dall'esplosione del capolavoro melodrammatico di Francis Ford Coppola, The Godfather, fino al cascame del genere cinematografico o alla più mediocre pseudo-realtà di animali dentro le gabbie dello zoo televisivo, stile Jersey Shore.

Chiaramente il tentativo è vano; come tutte le imprese di successo che si rispettino, piuttosto apre una finestra sul tempo contro l'enorme successo planetario della saga di mafia e mangia-spaghetti Made by Italians. Quest'ultima te la scambi come una moneta valida in qualsiasi salotto internazionale della provincia dell'uomo quando si chiacchiera di genealogia italiana; l'eccezionale stampo geologico, ricostruito da Maggio, va invece compreso, osservato, ascoltato con emozioni fino anche al pianto, perché esige sensibilità, intelligenza e soprattutto consapevolezza.

In altre parole, non mi illudo che un raffinato lavoro del genere possa scalfire una forma di cliché archetipico come quello del padrino siciliano e del mafioso di origini italiane, espansi in forma di metastasi in tutto il mondo, come il brand italiano di maggiore riconoscibilità. Quanta gente - d'altronde - di ogni strato sociale sotto ogni latitudine del mondo appena dici "siciliano" oggi può sintomaticamente pensare alle origini del primo volgare della lingua italiana, vale a dire alla prima scuola di poesia italiana e alla conseguente nascita della lingua italiana con buona pace dei cugini toscani, piuttosto che dirti: mafia?! Tuttavia il lavoro di John Maggio è una pietra miliare che grazie soprattutto all'emigrazione italiana in California, nella fattispecie nella Silicon Valley, Bay Area e San Francisco, sta creando una nuova narrazione degli italiani in America: di coloro i quali hanno saputo creare differenza etica, estetica, economica, politica, finanziaria, scientifica e artistica.

Maggio dal canto suo fa un elegante lavoro di tassonomia e anatomia antropologica, passando al setaccio buona parte dei grandi fabbri che hanno coniato la tempra della stessa America e del suo sogno, tralasciando persino alcuni giganti galattici di origine italiana che hanno contribuito a fare dell'America il paese più straordinario che esista in termini di meritocrazia, dove, come si dice a New York, "the sky is the limit".

Due sono tuttavia i fuoriclasse che hanno scosso particolarmente il mio sistema nervoso nell'affresco di John Maggio: Amedeo Pietro Giannini, il banchiere ligure che - all'indomani del grande terremoto che devastò San Francisco nel 1906, producendo migliaia di famiglie disperate per strada in mezzo al collasso degli affetti e degli affari -, prese sedia e tavolino e si mise ad ascoltare per strada uno a uno la comunità di North Beach (oggi praticamente polverizzata nel peggiore dei modi tipico degli italiani: tutti contro tutti), prestando sulla fiducia il denaro necessario a ognuno per ricominciare una vita nuova. Con questo gesto folle, artistico, spirituale e materiale insieme, che è gesto ECONOMICO, o se si vuole semplicemente umano, dall'originaria Bank Of Italy di Giannini nasce la grande Bank Of America, che ha letteralmente tradito la missione etica di un padre fondatore quale Giannini, seguendo per l'appunto il trend della rapacità con cui oggi si gioca a fare la guerra o la crisi, che è lo stesso. Da Giannini nasceranno le grandi opere come il Golden Gate e imprese dell'industria culturale internazionale come Walt Disney, e solo quando morirà Giannini si scoprirà che il banchiere italiano aveva lasciato tutta l'eredità in beneficenza. Lezioni monumentali che i parvenu miliardari di oggi quali alcuni "Sultani del Silicio" alla Zuckerberg ignorano, anteponendo l'etichetta del proprio nome alla donazione stessa, invece di operare in modo anonimo, secondo un'antica regola ebraica o, se si vuole, semplice buon gusto.
Certo, la levatura di gente come Giannini era di una lega più unica che rara (non a caso proprio a lui si ispirò il siculo-americano Frank Capra per forgiare le sembianze del protagonista del suo capolavoro, It's a wonderful life), tale per cui si poteva permettere di ammonire, pari solo a un Papa Francesco della finanza, che "non si può possedere un grande patrimonio senza che il patrimonio possieda te."

L'altro ritratto che mi ha particolarmente colpito al cuore è quello del siciliano Joe DiMaggio. Come direbbe Carmelo Bene: non uno dei più grandi della storia del baseball, piuttosto il baseball nella storia. Il primo grande americano di origini siciliane che tutti volevano essere; eroe su tutti i giornali senza che fosse una gangster - come racconta Gay Talese. La sua leggenda terrestre mi ha scosso, non solo per i suoi irripetibili risultati da numero 5 assoluto con gli Yankee, piuttosto perché la famiglia DiMaggio subì l'uragano del vergognoso editto di espulsione di massa che investì gli italiani sotto Roosevelt: deportati come indesiderabili dall'oggi al domani secondo il "Notice to Aliens of Enemies Nationalities " firmato dal Procuratore dello Stato, Francis Biddle. Su questo capitolo di vergogna la parola è ancora solo al livello di un linguaggio pre-natale, siamo appena alle glossolalie. Aver definito i due genitori di DiMaggio come "Enemy Aliens" fu una dichiarazione forte per la coscienza di tutti gli americani, attraverso cui il governo palesemente affermava che: se possiamo trattare così i genitori di un eroe americano come DiMAggio, nessuno di voi si salverà.

Fossero gli italiani una comunità con un'identità forte (la mancanza di presa di posizione non a caso è sempre stata la nostra macchia di stile) oggi si racconterebbero sui libri di storia americana e anche italiana non solo la vergogna di certi soprusi e tragedie sulla nostra pelle, ma anche l'orgoglio e la gioia di essere italiani, e di aver contribuito a fare crescere la consapevolezza per un altro passo in avanti dell'intera umanità.

Come non pensare a straordinarie figure di origini italiane della cultura e della politica che hanno contribuito a una nuova narrativa dell'emigrazione italo-americana, quali il sindaco Fiorello La Guardia, il poeta Lawrence Ferlinghetti, il sindaco George Moscone fino a Federico Faggin? Lo scienziato di Vicenza che nel 1969 ha dato forma e funzione al primo microchip commerciale al mondo (Intel 4004), e così via fino alle prime superfici intelligenti da lui disegnate come il touch-pad e il touch-screen.
E solo grazie a gente come questa, e non ai cosiddetti Corleone di finzione, che il contributo degli italiani continua ad arricchire il cammino dell'umanità in America e non solo; spesso, molto spesso, ahimè, soltanto una volta che si è lontani dall'Italia: emigranti!   (ItalPlanet News)
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