| Uno sguardo sullorrore del presente
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| di Mauro Aprile Zanetti |
| 21 gennaio 2010 |
| È uscito lo scorso 14 gennaio “Palpebre” (Garzanti, Milano, 2010) (www.palpebre.com) , il romanzo di esordio di Gianni Canova, celebre critico di Sky Cinema nonché Preside della Facoltà di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità Libera Università di Lingue e Comunicazione - IULM. La nostra redazione l’ha incontrato. |
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Si può definire “Palpebre” un romanzo di genere? E se sì, in che genere ambisce ad essere collocato? Cosa ci può dire della logica della scrittura? Palpebre vuol essere un romanzo di genere. Meglio: un romanzo multigenere. Dentro, insomma, quella deriva dei generi che connota sempre più la contemporaneità narrativa. Non a caso, mescola il noir, il thriller, il romanzo storico e - soprattutto nel finale - anche l’horror. Ho lavorato molto sull’intreccio. Volevo che l’identificazione del lettore scattasse non con questo o quel personaggio, ma piuttosto con l’istanza narrativa, con la progressione micidiale di quella “discesa all’inferno” che coinvolge loro malgrado un po’ tutti i personaggi. Volevo una storia dal ritmo travolgente, compressa e irreversibile, di quelle che ti lasciano senza fiato. Non sta a me dire se ci sono riuscito, ma al lettore.
Com’è nato un titolo così letterale e metaforico insieme, dai rimandi indiscutibilmente cinematografici e anche letterari? In un primo momento avevo pensato di proporre all’editore un altro titolo: “Come ho imparato a vedere nel buio”. Poi l’abbiamo scartato. “Palpebre” ci ha convinto molto di più. Perché l’orrore di cui si parla nel romanzo è legato allo sguardo. È legato a ciò che vediamo, all’uso che facciamo di ciò che vediamo, al nostro rapporto con le immagini. E le palpebre sono appunto il “sipario” dell’occhio. Sono una soglia, un confine, e nello stesso tempo una possibile protezione. C’è anche un riferimento testuale molto preciso: il protagonista della storia, Giovanni Vigo, è un ricercatore universitario. Si occupa in particolare del Purgatorio dantesco. E all’inizio dell’avventura che lo vede protagonista sta tenendo un seminario sul 17° canto del Purgatorio: quello in cui gli invidiosi sono puniti con la pratica dell’accigliatura, cioè con la cucitura delle palpebre con il filo di ferro. Ho come l’impressione che oggi siamo un po’ tutti “accigliati”: quanto più guardiamo (e guardiamo tantissimo, come nessuno mai ha guardato prima di noi…), tanto meno siamo capaci davvero di vedere. Vediamo sempre e solo ciò che già pensiamo, non riusciamo più a pensare a quello che vediamo.
Perché l’ambientazione nel 2004? Perché lo ritengo un anno cruciale. Molto più del 2001 delle Twin Towers. È nel 2004 che l’attentato dell’11 settembre comincia a produrre i suoi frutti più avvelenati e a generare il cosiddetto “scontro d civiltà”. “Palpebre” si svolge fra l’uscita in sala di Kill Bill vol. 2 di Quentin Tarantino (a suo modo, un poema epico-tragico sul tema della decapitazione umana…) e le feroci decapitazioni degli ostaggi occidentali in Iraq da parte di gruppi armati fondamentalisti. È in quei giorni allucinati che Giuliano Ferrara su Il Foglio e Vittorio Feltri su Libero decidono di pubblicare le immagini delle teste mozzate delle vittime. Lì scatta il conflitto. Lì i media cominciano a urlare circa il pericolo di un ritorno della barbarie. Tutto vero. Ma in Italia succede di peggio. C’è una Milano di nuovo appestata, e c’è una fuga verso l’Adda che non è detto porti alla salvezza…
Il riferimento è a Manzoni, evidentemente. Ma nel libro un altro nome che emerge con forza è quello di Scerbanenco… Non c’è dubbio. Ritengo che Scerbanenco sia in assoluto lo scrittore in lingua italiana che meglio ha saputo rappresentare la violenza del processo di modernizzazione che ha travolto e cambiato Milano negli anni Sessanta. Quando ho cominciato a scrivere “Palpebre”, mi sono chiesto come avrebbe raccontato lui - con quel tanto di brutalismo che a me piace nella sua scrittura - la Milano e l’Italia di oggi….
Lei esordisce come romanziere a 50 anni passati da un po’. Perché una vocazione “narrativa” così tardiva? Palpebre mi covava dentro da quasi vent’anni. L’immagine centrale del romanzo, quella che non si può rivelare, mi ossessionava da tantissimo tempo. Non avevo tempo di scriverlo. È un lusso, trovare il tempo per scrivere. Io, fino a poco tempo fa, questo lusso non potevo permettermelo. E poi, il mio maestro, all’università, mi diceva sempre che bisogna avere un’idea di mondo, e di società, un’idea matura e sperimentata, per scrivere un romanzo. Ora, a 50 anni passati da un po’, appunto, questa idea credo di averla. Assieme all’urgenza di urlare l’orrore che suscita in me un certo tipo di mondo e di società a cui si stanno assuefacendo in tanti. Palpebre per me è come un urlo. Giorgio Gosetti, direttore del Noir in Festival di Courmayeur, dopo averlo letto mi ha scritto: “A volte, leggendo ‘Palpebre’, mi sono detto che nessun orrore umano può pareggiare quello mostrato in questo libro. Poi ho aperto gli occhi sulla Rete e mi sono detto che Canova, in fondo, conserva un dolce romanticismo. Da non dormirci…se non a occhi spalancati”. (ItalPlanet News)
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