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èItalia numero 46, Luglio-Agosto 2007
Italia-Germania: partire… per poi tornare
di Ghileana Galli
ITALIANI DI GERMANIA: QUANTI SONO, CHI SONO, COSA FANNO - Per vari motivi, l'emigrazione italiana in terra tedesca è stata considerata un fenomeno temporaneo, non definitivo. Ma la Germania resta comunque il Paese europeo più "italiano"

In base all'ultimo Rapporto sugli Italiani nel Mondo realizzato nel 2006 dalla Fondazione Migrantes, la Germania, con 533.237 presenze, guida la classifica delle nazioni europee maggiormente coinvolte nei flussi migratori dal Dopoguerra: in sostanza, un Italiano ogni sei nostri connazionali all'estero risiede in questo Paese. A contribuire maggiormente alla presenza italiana in terra tedesca sono state le regioni del sud: possiamo quasi dire che un italo-tedesco su tre ha origini siciliane (175.639); a seguire, troviamo i pugliesi (86.092), i campani (64.077), i calabresi (54.795) e i sardi (24.992).

Gli Italiani di Germania rappresentano la comunità più numerosa dopo quella turca, e sono stanziati soprattutto nella regione della Baviera, del Baden-Württemberg, del Nordreno-Vestfalia e della Bassa Sassonia nella zona di Wolfsburg. Se oggi la comunità italiana si presenta abbastanza integrata – un fenomeno crescente è quello dei matrimoni misti italo-tedeschi – molte e diffuse furono le difficoltà incontrate in fase di accoglienza. Ai tempi delle prime emigrazioni di massa – che si collocano a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, e, in particolare, nei primi anni del Novecento, quando la Germania diventa una grande potenza industriale, e quindi bisognosa di manodopera – furono molti gli Italiani alloggiati per lunghi periodi in baracche. Si trattava, per lo più, di semplici operai, impegnati nelle fabbriche sette giorni su sette e in condizioni di vita miserevoli, oppure inseriti nei settori lavorativi più umili, come la costruzione della ferrovia nella Foresta Nera.

Con la prima guerra mondiale, che per altro vede l'Italia contrapposta alla Germania, questa esperienza migratoria si interrompe, per recuperare però vigore nella seconda metà degli anni Trenta, fino a giungere, nel 1955, alla stipula del trattato italotedesco per l'invio di manodopera italiana Oltralpe. L'accordo, battistrada nell'aprire le frontiere ai "Gastarbeiter" (ossia "lavoratori ospiti", come venivano chiamati allora) permise a migliaia di disoccupati italiani di avere un regolare contratto di lavoro, anche se a tempo determinato.

Ciò fece sì che, se da una parte la Germania, per circa un decennio, divenne la più importante meta dei movimenti migratori italiani (nel 1961 i 121.000 immigrati italiani rappresentavano quasi la metà della forza lavoro straniera), dall'altra non venne mai considerata una meta di emigrazione in senso stretto, dal momento che, proprio la temporaneità dei contratti di lavoro faceva sì che gli Italiani concepissero la loro esperienza come una vicenda a carattere temporaneo, finalizzata ad accumulare risparmi in vista di un definitivo ritorno in patria.

Questa massiccia presenza di Italiani in terra tedesca portò alla nascita, in questi stessi anni, delle prime forme di informazione in lingua madre: da una parte si cercava così di venire incontro a coloro che decidevano di restare, fornendo loro informazioni su "come muoversi" in questo Paese per lo più sconosciuto (ecco allora servizi informativi su contratti, trattamenti pensionistici, sanità, ma anche corsi di lingua tedesca); dall'altra si cercava di fornire notizie dell'Italia, con spazi dedicati all'attualità, ma anche alla musica e allo sport italiani. Il 21 ottobre 1961 nasce così il primo programma di informazione in lingua italiana, che viene trasmesso dal "Saarländischer Rundfunk": uno spazio settimanale di mezz'ora ("la mezz'ora italiana", appunto) in onda ogni sabato e gestito dal personale consolare italiano. Si tratta di un primo "esperimento", che però riscuote subito molto successo, al punto che, nel giro di pochi mesi, i programmi in lingua italiana si moltiplicano, fino alla nascita di vere e proprie emittenti radiofoniche dedicate alla comunità italiana.

A distanza di poco più di trent'anni, la situazione è cambiata, sia per quanto riguarda il tipo di presenza italiana in Germania – prevalgono ormai i gruppi famigliari rispetto ai cittadini italiani soli – sia per quanto riguarda le attività: è sempre il Rapporto realizzato dalla Fondazione Migrantes a testimoniare che gli Italiani in Germania sono titolari di 38.000 aziende, specialmente nel settore gastronomico. Basti pensare che la sola UNITEIS, l'Associazione dei Gelatieri Italiani in Germania, fondata nel 1969 e affiliata alla Confartigianato tedesca, riunisce 1500 gelatieri artigiani in rappresentanza di 2200 gelaterie distribuite in tutto il territorio tedesco.


Immagini e musica, per raccontare la "Doichlanda" di oggi
ALLA SCOPERTA DEL "ROCKUMENTARY CALABRO-TEDESCO" A FIRMA DEL REGISTA GIUSEPPE GAGLIARDI
La numerosa comunità calabrese presente in Germania è stata di recente protagonista di un lavoro sui generis: un "rockumentary calabro-tedesco" diretto dal regista cosentino (ma "trapiantato" a Roma) Giuseppe Gagliardi, e realizzato grazie alla collaborazione della band "Il Parto delle Nuvole Pesanti". Curioso fin dal titolo, "Doichlanda" (nome con il quale i Calabresi chiamano la Germania) si presenta come un viaggio tra i ristoranti calabresi della Germania, attraverso il quale – tra musica, immagini e parole – gli emigranti raccontano la loro storia, le difficoltà riscontrate e i successi ottenuti, il legame con la terra delle origini e i problemi di inserimento. Raccontano di una Calabria mai dimenticata, che ancora oggi rivive nella mente e nel cuore, ma anche nei piatti della cucina tedesca rivisitata alla luce della tradizione culinaria del sud. Il tutto, senza banalità, e, soprattutto, senza mai piangersi addosso, ma piuttosto con una buona dose di (auto)ironia e leggerezza. A dimostrare il valore del lavoro di Gagliardi, il conferimento a "Doichlanda" del Premio speciale della giuria del Concorso Doc 2003, presieduta da Vittorio De Seta, del Torino Film Festival con la seguente motivazione: "per l'apparente leggerezza e la profondità di sentimenti con cui racconta come una musica popolare possa farsi mediatrice di tolleranza e persuasione nel contesto aspro dell'emigrazione".

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