| čItalia numero 62, Marzo-Aprile 2010 |
| Le incertezze britanniche
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| di Boris Biancheri* |
| A POCHE ORE DALL’INTESA TRA CAMERON E CLEGG - Se per alcuni l’accordo di coalizione tra Conservatori e Lib-Dem punta a dirimere le loro differenze ideologiche, per altri potrebbe portare a grande instabilità |
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Il primo esito certo delle elezioni britanniche tenutesi il 6 maggio scorso è che il “first-past-the-post system”, il sistema elettorale britannico basato su collegi maggioritari, ha segnato una battuta d’arresto. Il sistema premia chi ottiene la maggioranza semplice dei voti con il seggio in parlamento senza tener conto degli altri voti, favorendo di fatto i partiti che vantano alte concentrazioni di preferenze nelle singole unità territoriali. Se generalmente il maggioritario viene preferito perché capace di garantire maggiore governabilità rispetto ai sistemi proporzionali, quando nel perfetto bipartitismo si insinua una terza forza capace di essere determinante per la formazione di governi, come è stato il caso dei Lib-Dem, il principale vantaggio del sistema viene meno. Achiedere una riforma del sistema elettorale sono quindi proprio gli elettori del partito guidato da Nick Clegg che si sentono, a ragione, sotto-rappresentati con l’attuale sistema.
I Lib-Dem sono infatti molto apprezzati in alcune fasce d’età, quelle giovanili, che non hanno una particolare distribuzione geografica e hanno conquistato solamente un ottavo dei seggi complessivi pur avendo ottenuto quasi un quinto dei voti. Questo sarà il principale punto critico nell’alleanza di governo tra i conservatori di David Cameron e i Liberal-Democratici. Non è da escludere che questo governo possa nel breve o medio periodo riportare il Paese al voto, come già è successo in passato. Il bipartitismo potrebbe tornare a galla nel caso che Clegg non riesca ad ottenere una riforma elettorale convincente per il suo partito e i suoi elettori.
IL CONFRONTO CON L’EUROPA. In ambito europeo, una prima risposta sull’atteggiamento futuro della Gran Bretagna lo si è già avuto con il rifiuto a partecipare al piano di aiuti alla Grecia. Vero è che, formalmente, questa decisione l’ha presa ancora il governo laburista in carica, ma traspariva già dietro ad esso il futuro premier Cameron. Durante la campagna elettorale sono state proprio le tematiche europee a dividere i candidati: Cameron è un “euro-scettico”, Clegg un “euro-entusiasta”, che vedrebbe con favore un’adesione britannica alla moneta unica. Le incognite in politica interna ed estera restano numerose. Sul piano economico il governo dovrà fare i conti con le conseguenze della crisi e con le incertezze sul modello economico-finanziario anglosassone. Sul piano istituzionale i governi di Blair e Brown hanno portato avanti una lunga e silenziosa campagna di innovazione, di cui la novità più significativa è la devolution di poteri da Westminster alla Scozia e al Galles, senza però chiarire apertamente se sarà necessaria la prima costituzione scritta del Paese.
Anche sul piano internazionale, l’esecutivo dovrà confrontarsi con difficoltà nuove rispetto al passato: l’amministrazione statunitense ha ridotto l’importanza della direttrice europea e, di riflesso, l’uso esclusivo del perno britannico per proiettarsi sul continente. Mentre sono chiare, quindi, le nuove sfide che il Paese dovrà affrontare, la direzione che sarà impressa alla nuova fase politica appare ancora molto incerta.
*Presidente dell’ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale
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